domenica 8 novembre 2009


Bar Colli d'Oro




Ore 6 (SEI!!) di mattina. Occhi gonfi, musica in sottofondo, barba da fare, un trionfo di zuccheri e grassi a pochi centimetri da me. No, non è il classico “day after”, nessun sintomo tipico del post sbronza, niente mal di testa né lingua asciutta, insomma, nulla di meravigliosamente ricollegabile alla stupenda iper realtà del fine settimana; questa, purtroppo, è vita vera. Questa è morte!!
Qui, in sottofondo, dovrebbe partire “The End” dei Doors, oppure “It’s The End of The Word That We knowing” dei R.E.M. o, meglio ancora, “Gli Anni d’Oro” di Max Pezzali. Questa si che sarebbe la colonna sonora perfetta, le prime parole rispecchiano in maniera imbarazzante il mio attuale stato d’animo. Quando ascolto testi come questo, mi convinco sempre più che esista una canzone per ogni esatto istante della nostra vita. E’ stato riprodotto, trascritto e musicato ogni stato d’animo, ogni emozione, ogni sentimento. Trovare qualcosa, qualsiasi cosa non sia stata già incisa, è praticamente impossibile. Inutile perdere tempo con le arti, bisogna darsi da fare in altro modo, oppure copiare il già esistente rifacendolo alla perfezione, un po’ come i cinesi che, non per niente, stanno facendo diventare la loro economia la numero uno al mondo. Potrei cercare per ore un canale che trasmetta il video “Gli Anni d’Oro”, ma sarebbe tempo perso. Nelle TV musicali, purtroppo, non passa niente di tutto ciò, si sentono sempre i soliti brani, le stesse pubblicità, i medesimi gingle. Se hai due ore di tempo, puoi ascoltare le stesse canzoni tre o quattro volte, in un loop infinito. Per fortuna il cervello è ancora in stand by, si accenderà solo fra un (bel) pò di ore, mandando completamente a farsi fottere la programmazione televisiva mattutina, rendendo così vano il lavoro dei lettori di oroscopi e dei venditori di macchine per avere addominali da favola che in queste ore detengono il monopolio assoluto del mezzo televisivo. L’oroscopo? Ma come si fa a credere a tutta quella miriade di cazzate?! C’è gente che ancora si affida a questi buffoni… è ridicolo!!
“A proposito, fammi vedere se questo weekend la mia ragazza ha casa libera... ah già, dimenticavo, non sono fidanzato!!”
Ore 6 (SEI!!) di mattina, centinaia di cornetti bollenti infarciti di ogni ripieno esistente in natura, dal miele alla crema, dalla marmellata chiara alla marmellata scura, passando per quella ai frutti di bosco, dal cioccolato bianco al cioccolato nero, dalla crema di riso alla vaniglia; paste secche, mignon, biscotteria, torte alla panna, crostate alla ricotta e Nutella, torte alla crema, alla crema con pinoli, ciambelloni, snack alle mele, ai frutti rossi, al cioccolato, alle pere, all’arancia… insomma, il paradiso a portata di mano. Uno dei motivi per cui valga la pena vivere (soprattutto se si è venditori di macchine per dimagrire). Per i diabetici? Un vero inferno!!
Eccomi qui, seduto a fare colazione alle 6 (SEI!!) di mattina. Un’assurdità!!
Le cose irrazionali sono essenzialmente 2:
1) Essere sveglio alle 6 (SEI!!) di mattina (dopo cinque anni di università con sveglia alle 12 circa);
2) Fare colazione (da quando sono nato riverso nel pranzo il mio primo pasto giornaliero).
Ma si sa, a volte le cose cambiano. Senza rendersene conto, ti ritrovi in un bar, nel TUO bar, seduto a fare colazione. Fare colazione. Nella mia personale “Piramide di Muslow” era una delle ultime cose che avrei voluto fare, subito dopo l’ora di ginnastica, le iniezioni ed ascoltare “November Rain” alla radio, con quegli assurdi tagli. Prendo la tazza di vetro della “Eraclea”, apro una confezione di “Pavesini” e ce la verso dentro, poi attacco la macchina del caffè, aggiungo “Latte Intero Qualità Bar” montato alla perfezione, una sbruffata di cacao amaro… in pratica un tiramisù ipercalorico in piena regola.
Eccomi qui a fare colazione alle 6 (SEI!!) di mattina. Fuori piove che Dio la manda; alla sola idea di dover ripulire, stasera, tutte le impronte, le pozze d’acqua, le strisciate di fango, eccetera che i clienti, senza la minima preoccupazione, lasceranno in ogni angolo, mi viene da vomitare sull’opera d’arte appena realizzata.
Eccomi qui, alle 6 (SEI!!) di mattina, un diploma da 100 centesimi in ragioneria, una laurea da 110 e lode in scienze delle comunicazioni, un paio di pubblicazioni di tutto rispetto, articoli su vari blog e siti Internet più o meno visitati, un gruppo musicale che mi permette di bere, gratuitamente, nei migliori pub della città. Tutta una montatura, tutta una finzione. La mia vita sembra il più classico degli horror adolescenziali, in cui la protagonista, generalmente una strafiga bionda con due tette assurde ma completamente ebete, avvertito il pericolo, invece di scappare dalle porte o dalle finestre e darsi alla fuga perdendosi nell’immenso giardino di casa sua, decide di scampare alla sorte avversa salendo, tramite la ripida ed impervia scala scricchiolante, al secondo piano della sua lussuosissima casa. Come ti può venire in mente di prendere una decisione del genere? Qual è l’assurdo motivo che ti spinge a salire al secondo piano, invece di scappare all’esterno? Quali sono le tue intenzioni, una volta raggiunto il secondo piano? Cosa cazzo puoi fare da quell’altezza, con un serial killer che sta per sfondare la porta? Credo che l’unica cosa che rimanga da fare sia buttarsi dalla finestra. Io, personalmente, non cerco risposte, vivo alla giornata, credo nell’istinto ed ho fatto dell’irrazionalità uno stile di vita (forse perché sono un gemelli), quindi non biasimo la bionda tettona se decide di salire le scale, penso solamente, anzi, sono fermamente convinto in questo, che qualunque decisione si voglia prendere, nella vita, l’importante è fare tutto con stile.
Come dice sempre mio padre
“Meglio avere rimorsi che rimpianti”, è di fondamentale importanza non rinnegare mai il passato e tenere con sé il meglio delle esperienze vissute. Prendete il mio diploma in ragioneria, per esempio, alla fine, una sua utilità l’ha avuta: mi serve per fare bene il fantacalcio. In fondo vincere per tre anni consecutivi ed essere primo in classifica a metà campionato nel quarto anno, non è cosa da tutti!! Se solo potessi rintracciare l’insegnante di economia aziendale, mi accontenterei anche solo di entrare in possesso del suo indirizzo e-mail; le spedirei la classifica e un bell’allegato in “Comic Sans MS”, carattere “72”, “grassetto” e “corsivo”, con scritto “PUTTANA!!” ed, in postilla, aggiungerei “Visto? Nonostante i tuoi 3 allo scritto ed all’orale, guarda dove sono arrivato: quasi tetra campione… come l’Italia di calcio!!” Questa si che sarebbe una gran bella soddisfazione. In fondo sono una persona umile, semplice, mi accontento da sempre con poco.
La laurea in scienze delle comunicazioni, invece, mi è servita per creare uno scudo tra me e tutto ciò che mi circonda. In un piccolo paese con poche persone fisiche disposte a sentirti e che ormai conoscono a memoria ogni tuo discorso ed anticipano ogni tua mossa, il mio egocentrismo mi portava, anziché a sovrastare gli altri, non essendoci abbastanza “altri” da sovrastare ed essendo gli “altri” che c’erano poco interessanti, mi portava, dicevo, all’implosione classica degli “introversi-pseudoartisti”, anziché all’esplosione tipica degli “stronzi-egocentrici-estroversi”, categoria della quale sono uno dei massimi esponenti. Sono anni che non arrossisco quando qualcuno mi coglie sul fatto, sono anni che non mi incazzo se qualcuno cerca di farmi perdere la calma, sono anni che non mi innamoro, insonna, sto diventando una specie di macchina, un automa, come Robbin Williams in “L’Uomo Bicentenario”, solo che io ho compiuto il viaggio al contrario. Non mi fa né caldo né freddo niente. Come cantava il grande Freddie Mercury in “Bohemian Raphsody”: “Nothing is really matters, to Me.”.
“Bohemian Rhapsody”… Queen… cazzo, questa si che è musica!! Ho un impianto stereo con sub woofer e infinite casse e un monitor con lettore DVD di dimensioni immense, sembra il palco del concerto di Robbie Williams a San Siro nel 2006, in pratica un’astronave!! E non posso sfruttarlo perché il mio è un pubblico esercizio, con persone che entrano assonnate ed hanno bisogno di un buon caffè per svegliarsi, non di un concerto rock dal vivo. Gli da fastidio qualunque suono, figuriamoci un assolo di chitarra di Petrucci o Satriani. Solo il sabato e la domenica mattina posso mettere musica a tutto volume, perché i clienti, a quell’ora, sono gli sballati delle discoteche che finiscono la “notte” con cappuccino e cornetto, prima di andare a dormire (morire) sul letto di casa. Loro, a dire il vero, vorrebbero qualcosa di diverso, techno, house, tribal house eccetera, ma io metto AC/DC, Guns ‘N Roses, Led Zeppelin, Oasis, a tutto volume, accompagnati da brandy, grappa e qualsiasi altro tipo di sostanza lecita che abbia tra i vari effetti benefici lo smaltimento della “botta” ancora in circolo… ora si che si ragiona… che spettacolo!! Ma oggi non siamo nel weekend, oggi è un banalissimo, merdosissimo, giorno infrasettimanale, uno squallido martedì, quindi avanti con il meteo, l’oroscopo, la cintura per avere un addome su cui giocare a dama.
Insomma, come si è capito benissimo, i titoli di studio non mi sono serviti, sostanzialmente, ad un cazzo. Il saper suonare (vabbè, non esageriamo… il saper suonicchiare… diciamo pure strimpellare) uno strumento, almeno mi fa bere gratis il fine settimana. O meglio, mi faceva bere gratis il weekend, ora non ho più bisogno di suonare per imbottirmi di alcolici, ho un’intera vetrina di quelle paradisiache schifezze a mia disposizione, sempre. Puoi bere whisky a non finire senza che nessuno se ne accorga, o almeno fin quando riesci a versare il latte nella tazzina di chi ti ha chiesto di macchiarglielo, anziché in quella del cliente vicino. Se il bar è tabacchi, puoi anche fumare come un dannato, per non parlare delle cartine che puoi furtivamente rubare dai pacchetti non sigillati… chi le ha mai contate? Il fatto di aver un pò mollato con la musica, quindi, non mi pesa poi più di tanto. Per suonare a certi livelli, per riuscire nella musica, come nella maggior parte delle cose al mondo, hai bisogno principalmente di 2 cose: talento e applicazione. Se, per quanto riguarda il talento, valgo 0 (ZERO!!), non avete mai visto quando mi applico e credo che non lo vedrete mai… anzi, credo che nessuno lo vedrà mai!! Per quanto riguarda studiare uno strumento, beh, ecco, credo che non esista modo peggiore di avvicinarsi ad una materia che essere costretto a studiarla.
Come dice sempre mio padre
“Questa non è l’aria che porta in paradiso”, con questi propositi sarebbe meglio lasciar perdere, ma la musica è vita… la musica è la mia vita. Canto in macchina, sotto la doccia, mentre passeggio, prima di addormentarmi. E’ tutta colpa di mia madre: quando ero ancora un feto, lei metteva le cuffiette sul suo immenso pancione e mi faceva ascoltare la musica. Ho iniziato ad ascoltarla ancora prima di essere messo al mondo ed ora non ne posso più fare a meno, è come una droga, non posso vivere senza, ne sono dipendente. E’ stata colpa di mia madre. E’ stata tutta colpa di mia madre. Amo mia madre!!
Ho sempre desiderato di fare parte di una vera band. Non uno di quei gruppi sfigati d’elite, con il loro pubblico di nicchia che si esibisce in squallidi pub. Volevo fare parte di un commercialissimo, merdosissimo gruppo di massa, uno di quei gruppi che riempie gli stadi, in cui durante i tempi morti del concerto parte una semplicissima base di basso e batteria e tutti applaudono a tempo, le ragazze mostrano le tette, si finge di bere whisky e intanto si sorseggia dell’ottimo te. Uno di quei gruppi che scrivono testi che non vadano al di là delle ovvie stracitate tematiche del sesso, dell’amore e della droga, con qualche piccolo spazio da dedicare all’autocompiacimento e all’amore eterno per la musica. Niente razzismo, niente fame nel mondo, niente pace globale perché, cazzo, per quelle cose c’è gente che viene pagata per migliorare il mondo e non fa nulla neanche per cambiarlo, resta li a guardare, impassibile e allora perché lasciare alla musica questo compito? La musica non può e non deve cambiare il mondo, semmai lo può rendere migliore per 3-4 minuti, al massimo 8 o 12, se ci si ferma ad ascoltare “Estranged” oppure “All Around The World”. Ecco il genere di canzoni che vorrei fare: inni alla gioia, stracult eterni. Farmi crescere lunghi capelli biondi, dimagrire una decina di chili, “raschiare” ben bene le corde vocali e cantare a squarcia gola “Smells Like Teen Spirit”, oppure farmi crescere enormi rasta neri, dimagrire una decina di chili e intonare “No Woman No Cry”. Cazzo che bello! Credo che dopo potrei anche morire… anzi, credo che sarei io stesso a chiedere di essere ucciso, vista l’irripetibilità dell’evento!!
Non sopporto chi vuole fare lo chic a tutti i costi. Odio sentirmi dire
“Ma come fai ad ascoltare quella robaccia commerciale?”. Gli parli dei Phantom Planet e loro ti dicono
“Devi ascoltare i Something Corporate... quello si che è un gruppo!”. Gli parli degli Evanescence
“Gli Evanescence? Ma hai mai sentito i Nightwish?”.
Ora, personalmente non ho nulla contro i Something Corporate o i Nightwish, ma perché cazzo bisogna sparlare di gruppi solo perché vendono milioni di copie e fanno dollari a palate? Quale artista si metterebbe a incidere o scrivere con l’apposito scopo di fare meno successo possibile? E’ illogico, da idioti, basta cantare sotto la doccia per restare un perfetto sconosciuto, per quale motivo dovresti mettere in moto tutto il meccanismo discografico per poi rimanere nell’anonimato? Viva il pop, cazzo!!
Al posto dei faretti del palco, ormai mi accontento di quelli che si trovano dietro il bancone. Qualche anno fa sono stato a tanto così dal creare un duo spettacolare, avevamo avuto un discreto successo nel circuito dei pub, ma il tutto era durato qualche mese, da settembre a giugno. Non ricordo con precisione il motivo da cui nacque la discordia che portò all’inevitabile scioglimento, ma credo di poter attribuire la causa a quelle che si possono definire “divergenze religiose”. Io non credevo in Dio, lui si… anzi, ad essere sinceri, lui si credeva Dio!!
La tazzina che sbatte sul piattino ha lo stesso effetto della campanella per il pugile, mi riprendo dallo stato comatoso mattutino e mi accorgo di stare servendo un cliente abituale; ho fatto tutto senza pensare minimamente ai gesti. A volte mi capita di scendere dalla macchina, chiudere lo sportello e accorgermi solo in quell’istante di essere arrivato. E’ come se avessi il pilota automatico. Ora succede anche coi clienti. Alcuni sono talmente abitudinari che, appena li intravedi dalla vetrata, inizi a preparare la loro colazione, arrivano al bancone, cominciano a dire ciò che vogliono e tu, facendo si con la testa, annoiato, aspetti che finiscano di parlare, per poi mostrargli tutto ciò che vogliono già apparecchiato davanti a loro. Come il fruttivendolo nel film “Il Ciclone”.
Torno in me stesso e, con fare deciso, prendo il cucchiaino, lo affondo in quel ben di Dio che ho appena creato ed al quale dovrò trovare presto un nome scientifico, lo porto alla bocca molto lentamente, per dare tempo a ogni singola papilla gustativa di prepararsi ad assaporare questa squisitezza, ma all’improvviso ecco che accade l’inaspettato, improvvisamente vengo catapultato all’interno del televisore, mi sembra di trovarmi in uno di quegli spot “wake up” fatti da Mtv: il biscotto cade tragicamente sul bancone, inondandolo di cappuccino e schizzando gocce di sostanze indefinibili in ogni dove. La mia sola consolazione è quella di non essere l’unico, in queste prime ore della giornata, a combinare una serie impressionante di casini in sequenza. C’è gente che si versa il cappuccino addosso, chi fa cadere la crostata sul bancone, chi mette ogni mattina lo zucchero di canna e sbraita
“No… anche oggi ho sbagliato!”. Anche oggi?! Anche oggi?! Ma allora sei un coglione!! Sono tre anni che fai colazione qui e ancora non hai capito quali sono le bustine di zucchero normale!!
Quando finisco di asciugare l’ultima goccia di latte rimasta sul pavimento, alzo gli occhi da terra intenzionato, finalmente, a fare la mia tanto agognata colazione e mi imbatto in un volto che non avrei mai voluto incrociare a quest’ora. No, ti prego, sono culturalmente impreparato ad una richiesta del genere alle 6 (SEI!!) di mattina. Ti scongiuro, non chiedermelo, tutto, ma non quello… TI PREGO!!
“Che mi fa una spremuta?”
Noo!! Lo sapevo!! Ma perché non un succo, un’acqua tonica… insomma, qualcosa che non implichi il doversi inzaccherare in ogni dove? Odio la gelida polpa dell’arancio incollata sulle dita, il dover ripulire il cestello della premi agrumi e tutta una serie di operazioni che non sopporto in nessuna ora della giornata, figuriamoci alle 6 (SEI!!) di mattina. Mentre sto facendo tutta questa serie di considerazioni, penso al rapporto costoarancio-costospremuta e realizzo che basterebbero un centinaio di clienti come lui al giorno per poter vivere di rendita. Queste cazzo di spremute, unite agli acidi ed ai detersivi, mi stanno disintegrando la pelle. Ho le mani in condizioni talmente pietose che neanche il lettore di impronte digitali della palestra mi riconosce più… sembro Kevin Spacey nelle scene finali di “Seven”.
Finalmente ho un attimo per me e posso divorare la mia creazione tutta d’un fiato. Avete presente le storie in base alle quali i pizzettai non mangiano pizza e i gelatai non mangiano gelati perché ci lavorano a stretto contatto tutti i giorni che Dio ha creato sulla terra? Beh, sono tutte cazzate! Per quanto mi riguarda sono capace di mangiare cornetti fino a sentirmi male e lo faccio di media un paio di volte a settimana. Per non parlare di quello che facevo nella pizzeria a taglio di mio zio durante il periodo estivo, prima che io finissi ragioneria e prima che lui chiudesse l’attività per esaurimento nervoso e, soprattutto, per esaurimento scorte.
Insomma, lavorare in un bar, alla fine, ha anche i suoi pro: quando telefono a mia madre e gli dico
“Mamma, sono ancora al bar…”, lei mi risponde
“Bravo!”, anziché insultarmi con frasi del tipo
“Ancora al bar?! Quand’è che metti la testa a posto?! Ancora con quei tossici degli amici tuoi al bar?! Trovati un lavoro!”.
Sento i “Pavesini” risalire lentamente la trachea come i salmoni risalgono il fiume; fra milioni di anni, con molta probabilità, il sistema solare cesserà di esistere… io, di sicuro, non avrò ancora digerito la mia colazione!! In questo stato di trans(aminasi) profondo, un riff improvviso ed inaspettato attrae la mia attenzione… “Seven Nation Army”. Quanti magnifici ricordi legati a questo brano. Questo è l’esempio lampante di come una canzone all’apparenza insignificante può diventare un pezzo di culto, la colonna sonora della tua vita. E’ la prova evidente di come un riff possa far diventare eterna una canzone che, altrimenti, sarebbe caduta presto nel dimenticatoio. Prendete “Another One Bites The Dust”, il massimo nel suo genere; un genio come Freddie Mercury scrive pezzi come “Bohemian Rhapsody”, “Somebody To Love”, “Don’t Stop Me Now” e poi vieni a scoprire che il singolo dei Queen più venduto è un brano scritto da un certo John Richard Deacon, il bassista del gruppo. John Richard Deacon, meglio conosciuto come John Deacon, è il mio personale Messia, l’uomo di cui avrei voluto vivere la vita, anche solo per qualche giorno, il mio Face/Off preferito. E’ grazie a lui che ho deciso di iniziare a suonare il basso, gli sono debitore di questo amore viscerale che da anni mi porto dietro e che mi riempie cuore ed anima, dando una ragione d’esistere alla mia altrimenti inutile vita. Grazie a lui ho imparato ad apprezzare il ruolo del basso all’interno di un gruppo pop-rock. Insomma, per farla breve, suono il basso perché in una band che si rispetti, il suo sound risulta fondamentale.
La realtà? Sono un chitarrista di merda!! Non ho tecnica, né carisma, sono quello che in gergo artistico viene definito una “spalla”, non una “prima donna”. Come coadiuvante sono un capo, avete presente Enzo Iacchetti quando fa Striscia la notizia? Una spalla fenomenale che a volte riesce addirittura a strappare la scena al primo attore, oscurandolo, ma sempre comprimario rimane, è nel suo DNA, nel mio DNA. Ecco, io sono l’Enzo Iacchetti del basso!!
Mentre le sinapsi all’interno del mio cervello si fanno via via più fitte ed insensate, alzo lo sguardo verso l’ingresso e vedo lui, l’uomo più richiesto a quest’ora del mattino, colui che tutti aspettano, che tutti osannano; il più ricercato ed acclamato fra i (pochi) clienti che frequentano il locale in queste prime ore della giornata, il Nobel per la cultura del Bar: “l’omino dei giornali”. D’improvviso un raggio di sole squarcia il plumbeo cielo irrompendo fra queste buie mura. Tutti lo salutano con enormi sorrisi e grandi pacche sulle spalle, in una gara di carinerie che sfiora la farsa:
“Carissimo… come stai?”
“Ti offro qualcosa?”
“Prendi un caffé?”
Senza ombra di dubbio, fino alle 12 circa, sarà lui il Face/Off per eccellenza, il suo trono vacillerà solamente intorno all’ora di pranzo, quando entrerà prepotentemente alla ribalta il suo più accreditato antagonista, “l’omino delle torte”.
In un giorno normale sarei felice di vedere entrare “l’omino dei giornali” perché per me è sinonimo di “sono quasi le sette” ma oggi no, oggi non sono solamente felice, oggi sono incontenibile, mi sento al settimo cielo. Perché? Perché oggi non è un giorno qualsiasi, oggi è martedì e quando vedo spuntare dalla porta dell’ingresso il mio uomo zuppo fradicio dalla testa ai piedi, i miei occhi ed il mio cuore convergono in un’unica direzione: il pacco di giornali sotto il suo braccio. No… no… no… eccola!! Vederla spuntare fra tanto grigiore, ha su di me lo stesso effetto dell’arcobaleno dopo la pioggia. Avevano ragione gli Aerosmith: “Pink it’s a color of passion”… “La Gazzetta dello Sport”, tutto il rosa della vita. Mi scaglio con veemenza verso di lui ed inizio l’affannosa ricerca dei voti:
“Ti prego, dimmi che glielo hanno dato… ti prego… ti prego… Evvai!!”
“Che è successo?”
“Hanno dato gol al mio difensore e non autorete a quello avversario… più 3 di bonus-gol e più 3 di moltiplicatore della difesa… primo assoluto in classifica!!”
“Mi sa che non stai molto bene…”
“Undici, undici, undici leoni, noi vogliamo undici leoni!! Brasil… na na na na na na na na…”
In quell’istante entra Claudia, la banchista del mio bar e, rivolta verso uno dei clienti, chiede sorridendo:
“Per caso ha vinto al fantacalcio?”
“Si, contro il primo in classifica.”
“Ho capito, anche oggi mi tocca lavorare da sola!”
“Brigitte Bardot, Bardot…”, niente da fare, ormai sono partito, per una decina di minuti non sarò disponibile per nessuno, sarò irraggiungibile per il mondo intero. Facciamo pure una ventina di minuti!!

1 commento:

GRAZY1975 ha detto...

hai espresso perfettamente molti dei miei pensieri! complimenti! rock on man!